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Maracalagonis: cenni storici
La presenza umana nel variegato territorio oggi appartenente al Comune di Maracalagonis, è attestata già nel periodo eneolitico; lo conferma il rinvenimento di tombe a camera in località Cuccuru Craboni, a poche centinaia di metri a nord dall’abitato; nella necropoli sono stati rinvenuti resti ascrivibili alla cultura di Monte Claro (età del rame) e di Bonnannaro (età del bronzo), e testimonianze di frequentazioni successive, fino al periodo punico e romano. Pure la civiltà nuragica, nelle sue varie fasi, ha lasciato ampie tracce nel territorio, anche se a testimoniarla restano solo pochi ruderi; poco resta del nuraghe Genn’ ‘e Mari a Torre delle Stelle, a poca distanza dal villaggio di Cannesisa, privo di nuraghe; altri nuraghi erano quelli di Beduzzu, Sa Mardini, Sirigraxiu con forno fusorio; notevole è anche la tomba di giganti di Murta Sterria ‘e Pitzus.
Forte invece fu la presenza fenicia prima e punica poi, come in tutto il Campidano. Nel 1920, in località Carroi, oggi inglobata nel centro abitato, furono rinvenuti grossi blocchi squadrati e altre tracce di un tempio punico con due statue del Dio Bes (II-I a.C.), oggi conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari; altri sporadici rinvenimenti tardo-punici si ebbero nelle località Riu Su Staini, Serigraxiu, Cuccuru Crobu e, come detto, Cuccuru Craboni. A ulteriore conferma delle origini puniche dell’abitato lo Spano riteneva che i toponimi Mara e Calagonis derivassero rispettivamente dai vocaboli semitici Hamara, cioè palude, stagno di acqua salmastra, e Chalaca, cioè luogo fertile; recentemente, però, è stata avanzata un’altra ipotesi secondo la quale il toponimo Mara deriverebbe dalla parola Magar, vocabolo sempre semitico con il significato di grotticella, caverna, riconducibile alla presenza delle tombe a camera in località Cuccuru Craboni. Come in tutto il resto dei territori coltivabili della Sardegna, i punici imposero la monocoltura cerealicola, che da questo momento in poi caratterizzerà l’economia isolana; la Sardegna fu considerata come un prezioso granaio per rifornire le città dei centri dominanti, che organizzarono in maniera razionale le campagne sarde affinché la produzione di grano e orzo non venisse mai meno. Anche il nostro territorio non sfuggì a questa situazione e gli effetti dell’organizzazione delle campagne in piccoli centri rurali, dove risiedevano coloni e agricoltori legati alla terra che dovevano coltivare, fece sentire gli effetti durante il dominio dei romani e per tutto l’arco del Medioevo.
Anche la presenza romana risulta fortemente attestata dai numerosi rinvenimenti, provenienti soprattutto da alcune necropoli: una moneta dell’epoca dei Filippi (244-49 d.C.) trovata nelle locali campagne assieme a numerosi vasetti e a una preziosa fibbia, un frammento di iscrizione del III-IV secolo d.C. relativo al restauro delle terme Rufiane, sul retro della quale vi è un’iscrizione senza data riguardante un certo Johannes presb (Giovanni presbitero). Queste attestazioni testimoniano il forte interesse romano al controllo di queste fertili zone, al fine di garantire a Roma il prezioso rifornimento di prodotti della terra. Le campagne erano divise in latifondi, coltivati da contadini che vivevano in piccoli villaggi, di poche famiglie, sparsi per le campagne; il latifondo era dominato dalla grande ‘villa’ padronale, con depositi e terme. Nell’agro di Maracalagonis e dei centri vicini doveva anche essere importante la raccolta di minerali, se è vero che nei pressi dell’attuale SS 125, al 25° Km. circa, lungo la strada romana che conduceva a Olbia attraverso Sarcapos, sorgeva il centro romano di Ferraria, con funzione di raccolta e smistamento dei minerali verso i porti e di stazione lungo una strada importante.
Con i primi secoli dell’era volgare si diffuse anche in Sardegna il cristianesimo, soprattutto nelle pianure colonizzate; quando, sotto il re vandalo Trasamondo, nel 496 d.C., a Carales furono esiliati vescovi e monaci dal nord Africa, nel caralitano la cristianizzazione era già assai profonda: esisteva un clero saldamente organizzato che aveva persino dato due papi a Roma, Ilario (461-468) e Simmaco (498-514); esistevano sicuramente monasteri in vari luoghi di eremitaggio e luoghi di culto nei vari centri del Campidano.
Dopo la conquista dell’isola ai danni dei Vandali (533 d.C.), la Sardegna entrò a far parte dell’Impero Romano d’Oriente; i Bizantini introdussero il culto di vari Santi del menologio orientale e il nostro territorio conferma questa svolta culturale: San Gregorio e San Basilio (centri a pochi Km a est dell’abitato) dovevano essere antichi luoghi di eremitaggio, meta di pellegrini che ne perpetuarono il culto. Nelle campagne del paese persistono toponimi che richiamano culti orientali, come San Cesello (Santu Sesulu), Santo Stefano (Santu Stevini) e San Giorgio (Santu Iorgiu); presso queste località sono presenti ruderi di edifici chiesastici.
Questa importante fase storica è documentata dal diverso materiale di spoglio utilizzato sia nella fabbrica della parrocchiale Beata Vergine Assunta, sia nella chiesa dedicata a Nostra Signora d’Itria. Nella parrocchiale sono ascrivibili a edifici di epoca tardo-bizantina due plutei con raffigurazioni zoo-fitomorfe assai curate (un leone e una leonessa) e una corta colonna, sistemati all’interno della chiesa. All’esterno, inseriti nella struttura muraria del lato destro, si individua un bassorilievo ormai assai abraso, con una figura maschile tunicata, una doppia iscrizione funeraria romana e un piccolo pilastrino lavorato con ornato a rosette baccellate, appartenuto forse a un altare, della stessa fattura di un altro frammento di pilastrino conservato in un edificio privato presso la parrocchiale. Nella fabbrica romanica della chiesa di Nostra Signora d’Itria vennero utilizzate parecchie colonne e capitelli di spoglio. Questi materiali, ai quali si devono aggiungere parecchi pezzi di cui ormai si è persa traccia -come un’iscrizione in caratteri greci circondata da scene di caccia al cervo e al cinghiale e da un simbolo cruciforme-, sono attribuiti dalla tradizione popolare alla basilica dedicata a Santo Stefano, nell’antico centro bizantino di Calagonis, che può essere individuato laddove ancora persiste il toponimo Santu Stevini, qualche centinaio di metri a sud-ovest dell’attuale abitato. In un’area prossima alla località Santu Stevini, cioè all’antica Calagonis, è recentemente venuta alla luce una tomba ipogeica medievale.
Con la fine del controllo bizantino sulla Sardegna, nacque, intorno alla fine del X secolo d.C. il Regno giudicale di Càlari o Plùminos; l’agro dell’attuale comune di Maracalagonis ricadeva nella circoscrizione amministrativa (curadorìa) detta di Campidano. I pochi documenti conosciuti relativi a tutto l’arco dell’epoca giudicale attestano che nel nostro territorio insistevano una serie di villaggi di piccole dimensioni (non più di qualche decina di famiglie, nei centri più grandi): Calagonis, Corongiu, Geremeas, Mara, Massargia, Misa o Nisa, Nuscedda, San Pietro, Santa Maria di Paradiso, Sicci, Sirigargiu.
I sovrani del Regno di Càlari si rivolsero, con ampie donazioni di chiese, terre e servi, all’ordine benedettino dei Vittorini di Marsiglia -favoriti in questo anche dai pontefici romani desiderosi di riportare la Sardegna nell’orbita della Santa Romana Chiesa- ma anche alle Repubbliche Comunali di Pisa e di Genova, attraverso le loro chiese cattedrali. Queste scelte risultarono assai felici, perché i vittorini favorirono una ripresa delle attività agricole, mentre i pisani garantirono lo sbocco commerciale per i prodotti dell’agricoltura e della pastorizia. Anche il nostro territorio fu interessato da quest’opera di riorganizzazione e i vittorini possedettero, fino al principio del XIV secolo, varie pertinenze nelle ville di Mara, Calagonis e Sicci; a solo titolo di esempio ricordiamo, per Mara, le doméstias (case coloniche autosufficienti) di San Lussorio e Silly; per Calagonis, la doméstia di Safa; per Sicci, l’orto de Sabuina.
La villa di Mara, fra le più popolose di tutta la curadorìa, era ubicata, nel centro storico dell’attuale paese, tra l’attuale Parrocchia e la chiesa di Nostra Signora d’Itria; queste ultime erano le sue chiese, assieme a quella di San Lussorio (sancti Luxurii de Maara) di cui si sono perse le tracce, citata in una donazione del 1° aprile 1119. Nel 1190-1206 furono definiti i confini tra le terre di Mara è quelle dei monaci Vittorini di Sinnai.
Finito il Regno giudicale di Càlari, nel 1258, anche il nostro territorio venne a far parte dei domini oltremarini della Repubblica di Pisa. Tra la seconda metà del XIII e il principio del XIV secolo la villa di Mara ebbe un forte incremento demografico e, proprio per questo motivo, nel XIII secolo vennero costruite le due chiese della Beata Vergine Assunta, attuale parrocchiale, e di Nostra Signora d’Itria; nel 1320-22 la villa era popolata da circa duemila abitanti. Nel 1349-50 la villa poteva contare su cinquecentodieci uomini validi (cioè oltre duemila abitanti).
Calagonis, invece, era grossomodo ubicata tra le località Santu Stevini e Santu Sesulu; qui sorgevano due chiese di questa villa, probabilmente costruite già in epoca bizantina. Le origini di questo villaggio sono però assai più antiche: infatti, il toponimo pare derivi dal fenicio Chalaca (luogo fertile), e numerosi sono i reperti fenici ritrovati anche nel territorio dove sorgeva Calagonis. Ma senza dubbio il periodo di maggior splendore il villaggio lo attraversò in epoca bizantina; a questo periodo risalgono infatti numerosi reperti, molti dei quali riutilizzati nella fabbrica gotico-aragonese della parrocchiale di Maracalagonis e nella chiesa dedicata alla Vergine d’Itria.
La villa Calagonis Campitani è ricordata per la prima volta in un documento del 6 novembre 1215 nel quale, fra i testimoni, compare un certo Petru de Serra calagonesu in compagnia del fratello Gunnari. Poi nel censimento fiscale pisano del 1320, quando il villaggio era abitato da circa 150 famiglie, cioè 600 abitanti. Il villaggio è ancora menzionato nelle Rationes Decimarum: nel 1341 Nicholao de Podio rectore de Talagonas, versava le Decime al collettore pontificio.
Con la conquista catalana e la realizzazione del Regno di Sardegna nell’ambito della Corona d’Aragona (19 giugno 1324), anche le ville di Mara e Calagonis vennero a far parte del nuovo stato e vennero infeudate. I rappresentanti della villa di Calagonis, nelle persone di Marco de Heso, Pietro de Hemana, Iohannes Murro, Marquo Acso, Perdus Pupusa, parteciparono alle assise del primo Parlamento del Regno di Sardegna (1355).
La grave recessione economica dovuta ai disagi delle guerre di conquista e all’oppressivo sistema fiscale, introdotto dai feudatari iberici, portò allo spopolamento delle campagne e al conseguente abbandono di numerosi insediamenti. Nel nostro territorio sopravvisse solo la villa di Mara, dal 1324 infeudata, secondo il sistema more Italiae, agli Oulamar. A Mara si rifugiarono anche gli abitanti di Calagonis, abbandonata prima del 1436, che tuttavia conservarono la loro identità, mantenendo il nome che si aggiunse a quello di Mara -formando il toponimo Mara de Calagonis e poi, per contrazione, Maracalagonis- e il santo patrono, Santo Stefano. Vennero abbandonati anche i villaggi di Corongiu, Geremeas, Massargia, Misa, Nuscedda, San Pietro, Santa Maria di Paradiso, Sicci, Sirigargiu.
Nel 1362 gli Oulamar vendettero per 5500 fiorini il feudo ai Carròs, potentissimi feudatari di Quirra, i quali inclusero Mara e Calagonis nella Baronìa di San Michele; nel 1416 venne stipulata una convenzione fra il feudatario e i vassalli della Baronìa, tesa a dare una qualche regolamentazione al potere signorile. Nel 1511, morta l’ultima erede dei Carròs, tutto il Marchesato, compresa Mara de Calagonis, passò ai Centelles.
Nella prima metà del Cinquecento nacquero nel paese Giovanni e Andrea Sanna, vescovi di Ales e Sassari nonché inquisitori del Regno di Sardegna. Nel 1581 sempre a Maracalagonis nacque il religioso annalista padre Salvatore Vidàl, al secolo Giovanni Andrea Contini, morto nel 1647. In questo stesso anno i Centelles vendettero il villaggio, assieme a quelli di Burcèi e Sinnai, al mercante Benedetto Nater, il quale nel 1653 lo vendette a Agostino Martin. Intanto il paese aveva subito un notevole calo demografico a causa della peste del 1652-55. Dopo un lunghissimo contenzioso, nel 1718 il villaggio tornò al Marchesato di Quirra, dapprima sotto Francesco Borgia duca di Gandia, poi nel 1726, dopo una lunga lite giudiziaria, sotto i Català e infine, nel 1805, sotto gli Osorio de la Cueva, dai quali fu riscattato il 14 dicembre 1839.
Con Regio Decreto n° 1195 del 20 maggio 1928 il Comune di Maracalagonis, assieme a quello di Settimo San Pietro, fu soppresso e aggregato a quello di Sinnai; riacquistò la sua autonomia amministrativa, con Decreto Legge Luogotenenziale n° 121 del 24 gennaio 1946.

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